Klein e Wagner

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Non vuole essere un riassunto (forse lo è), nemmeno un commento (ce ne sono).
Forse è solo un analisi, distorta dalla soggezione di una seconda rilettura del libro.

Quando cessa la confusione, “..dopo il vorticoso susseguirsi degli eventi, la fuga, il passaggio del confine, dopo un turbinio di tensioni e avvenimenti, di emozioni e pericoli ..” ,si è costretti a porsi di fronte a se stessi.

Ma a questo punto il passato influisce inevitabilmente sul proprio stato presente. La pur riscoperta delle bellezze: i bei paesaggi, le superlatività della natura, prima non considerate e quasi scansate, non riescono a raddolcire quel palato ancora amaro.
“..ma questo bel pensiero era come un uccello morto cui un bambino soffia sulle ali. Non è vivo, non apre gli occhi, cade di mano, non dà nessun piacere, nessun lampo, nessuna gioia. “

Come ci era finito in quel pasticcio, Friedrich Klein un uomo di quasi quarant’anni , padre di famiglia innocuo, quasi colto, rispettabile funzionario..? Ridotto a sopportare il peso freddo di una pistola nel cappotto, il peso di ricordi frammentari  proiettati mentalmente che sembrava non avessero un nesso preciso con lui, Klein.

Paure quasi lovercraftiane incombono su un uomo, solo, in fuga.
“La sua mente era come un caleidoscopio in cui l’alternarsi delle immagini fosse comandato da una mano estranea”
Si potrebbe quasi fare un parallelo con H.P.Lovecraft e uno dei suoi tanti racconti, come “La casa sfuggita”  che di per sé pare non abbia niente in comune. Però il personaggio principale, il nostro Klein sembra quasi trovarsi nello stesso stato d’animo di chi si trova in un ambiente delittuoso, impregnato di morte e paura come la casa di Providence, ove presiede un entità malvagia.
“In questo vortice caleidoscopico di visioni-fantasma si infiltravano ogni tanto delle istantanee (ammesso che si possa usare questo termine) di singolare chiarezza ma di indefinibile eterogeneità”
[H.P.L. La casa sfuggita]
Le visioni hanno immagini diverse ma le caratteristiche con cui si presentano sono pressoché identiche.

Klein è, Klein..Quale Klein, chi è? E’ importante ? E’ Klein il suo nome? No maledizione!
L’identità che viene messa in discussione è sintomo di un forte malessere.
Si fa forza per sopravvivere a questo malessere, al peso che lo attanaglia, “Che fatica! Se solo la gente sapesse com’è faticoso essere un delinquente…!”.
Forse si può porre fine a questa appiccicosa sofferenza. Dell’oppio? Del veleno? Ma c’è la pistola..
“Molto bene”…”Perfetto” . Falso autoritarismo, illusione di avere ancora il controllo di se stessi, quando anche il proprio aspetto cambia. D’altronde se il corpo è tempio dell’anima, come può un’ anima tormentata esprimersi materialmente in bellezza ?
“..vide il suo volto alterato riflesso nel finestrino, estraneo, avvilito, una maschera.”

Ma la mente aveva dopo del tempo estrapolato delle scusanti, aveva attraverso il viaggio, fisico della fuga e mentale del sogno, trovato il bandolo della matassa. Ora c’era un principio, ciò che aveva scatenato la sua eruzione. Non c’era più motivo di prendersela con se stesso. Era sua moglie la causa.
Ora era arrivato al Sud, lontano dal matrimonio che l’aveva impantanato in una strada di fardelli e dall’ufficio. Quella lite con chi lo teneva rilegato nella corvé di tutti i giorni, il capo, la possibilità di arraffare un bel malloppo, il distacco, la fuga, ora erano solo delle cose appartenenti alla sorte che lo avevano condotto vicino ai desideri di giovinezza della sua anima, nascosti da chissà quando.
E così “..forse la vita era sopportabile”.
Arrivato lontano, in un posto nuovo e incantevole si sentiva forestiero, più leggero anche se ancora un po’ angosciato.  Era scappato dalla realtà; bastava quel posto nuovo, quella stanzuccia d’albergo?
Sono solo momenti di quiete, il terremoto delle emozioni, dei ricordi, dei fatti poteva tornare in qualsiasi momento. E poi c’era quel volto, il suo. Una volta non era così, gli eventi e l’angoscia lo avevano mutato.
“Nessuno amava volti del genere”.
Klein era solo, alla mercé dei propri sentimenti, di fronte all’ignoto. Situazione sconosciuta per lui che nel passato  aveva sempre avuto troppo da fare, i doveri: di cittadino, di padre, marito, lavoratore.
Ora era nudo. Ma da solo s’era spogliato, non Dio, non il diavolo ma lui stesso l’aveva fatto. Era tutto conseguenza dell’azione del suo cuore.
“..crimine e ribellione, disprezzo dei sacri doveri, salto nel buio dell’universo, odio per sua moglie, fuga, solitudine e forse suicidio”.
Forse la sua fuga era servita a impedirgli di dare frutto a quegli istinti che ogni tanto gli avevano percorso il sistema nervoso, quell’istinto di uccidere la sua famiglia.

Intermittenze di pensieri, ricordi, emozioni che confondono e sfiniscono Klein, uomo in balia dei più svariati istinti, sensazioni e pensieri. Autocommiserazione. Qual è il senso di tutto ciò, che lo stava azzannando?
Poi un nome, Wagner, Wagner chi era ? Perché quel nome era uscito dal pozzo della sua mente?
Richard Wagner! Quando era giovane lo aveva inizialmente amato e seguito, fino poi però.. a trovargli mille difetti, a odiarlo. Ma il musicista era solo uno specchio sul quale l’odio di Klein si rifletteva e si reindirizzava a lui stesso. E poi Wagner, Wagner era anche il protagonista di una storia che fu discussione in una conversazione con colleghi di lavoro, un uomo che trucidò la sua famiglia e poi si suicidò. Anche contro quell’uomo omicida Klein si era fermamente scagliato. Ma forse come per il musicista, rivolgeva l’odio a specchio verso se stesso.
Questa forse non era una coincidenza ma un intreccio del destino.
Forse dentro di sé erano esistite sempre due identità, l’una soffocata dall’altra. Forse.

“Quando, sprofondato su una panchina, fu sul punto di appisolarsi, fu riportato alla realtà da un passo deciso ed elastico. Passava una donna, una ragazza, con un paio di stivali rosso-bruni dal tacco alto, la gonna corta e  le calze leggere e traforate; sana e robusta, camminava eretta, con aria provocante; elegante e altezzosa, aveva un viso freddo, con le labbra dipinte e un’alta pettinatura di un giallo chiaro, metallico. Nel passare, lo sguardo di lei lo sfiorò per un attimo [..] ..passando (poi) oltre con indifferenza”
D’altronde Klein, chi è per poter essere notato da una donna di tale calibro? Però c’era stato quello sguardo fugace, breve ma intenso, tagliente tanto da ferire; un indifferenza che era sembrata quasi disprezzo. Un disprezzo figlio di un giudice superficiale che guarda solo all’aspetto.
Questa ferita apri in Klein le porte della rabbia. Affiorarono pensieri del passato
“Quanto spesso aveva visto esseri di quel genere, persone giovani, sicure e provocanti, sgualdrine o vacue signore del bel mondo, quanto spesso il loro atteggiamento spudoratamente provocante lo aveva sdegnato, la loro sicurezza irritato, la mostra brutale che facevano di sé disgustato!”
“Quella femmina gli aveva rovinato il buonumore!”
“Che il diavolo se la porti!”


Ira e imbarazzo fanno ribollire Klein, richiamando altri ricordi ancora. E poi ripensandoci Klein si rese conto che forse questo improvviso disprezzo verso quella donna dai capelli così gialli, era simile a quello che provò verso Wagner e contro anche quell’altro Wagner!
L’io perduto con conseguente senso di smarrimento obbliga Klein a ripensare a se stesso, ai cattivi pregiudizi che aveva avuto, anche contro quella fanciulla sensuale e profumata. Ecco che torna così l’autocommiserazione, l’angoscia e l’io che sprofonda.
Era un po’ conseguenza della sua solitudine. Prima di allora si era sempre attribuito una certa “filosofia rinunciataria”, una certa erudizione e distacco dalle persone, una (sorta!) di solitudine. Ma solo non lo era mai stato, aveva sempre condiviso il suo tempo, le sue impressioni con i colleghi, la famiglia e le persone che lo circondavano. “..non aveva mai cessato di far parte di una schiera, di una folla, di una corporazione: del mondo delle persone rispettabili e per bene.”
Ma ora che era fuggito, non era più solo e tutto ciò che scagliava verso l’esterno ricadeva su di lui. Tutto ciò su cui poteva poggiarsi era se stesso, ma -se stesso- era ormai una stanza in soqquadro.
Ancora pensieri e angosce, finché la sua mente non porto Klein a ricordare quand’era un bambino, meglio gli venne in mente quanto avesse odiato e maledetto quel nome “Klein” (“piccolo” in tedesco).
Ora sentiva quel nome non più suo, lo detestava ancora di più e poi ora che doveva contare solo su stesso era diventato “grande”.

“Goethe dice, nell’ Egmont: «L’uomo crede di indirizzare la propria vita, di guidare se stesso; e il suo io viene irresistibilmente attratto nella direzione del suo destino».
Questa fu una citazione letta su un libro che portava sempre con se, aprendo una pagina a caso. Era forse qualcosa che lo riguardava?
Stranamente animato più del solito, nella sera scese a mangiare per la seconda volta, si mise un fiore all’occhiello e andò a prendere un caffè. Girovagando poi finì in un giardino.
C’era questo giardino con dei tavolini e un piccolo palco dove si stava esibendo un comico, v’era qualche spettatore poco interessato, insomma un ambientazione un po’ pacchiana ma curiosa. Ma ecco che c’era una figura già vista, proprio lei, la donna suadente dai capelli gialli dello sguardo fugace. Ed ecco che in cuore Klein, non più Klein, doveva sopportare un nuovo turbamento. Gli importava quella donna? Si diceva di no, eppure..
Ecco che una nuova nuvola di malumore per questo sentimento si fa largo sopra Klein.
Ma eccolo che non può fare a meno di scrutarla, troppo attratto.
“Qualcosa in lei lo attraeva, parlava di felicità e intimità, profumava di carne e capelli e bellezza, e qualcos’altro lo respingeva, gli sembrava falso e gli faceva temere una delusione.”
Voleva andarsene Klein ma sapeva che notte lo avrebbe aspettato. I brutti sogni, cattivi pensieri e poi l’immagine di quella donna. Rimase.
“..come poteva essere che ormai da mezza giornata tenesse occupati i suoi pensieri, che lo costringesse a guardarla, studiarla, temerla, a prendersela con le, quando ancora non sapeva nemmeno se gli piaceva davvero?”
“Quell’incontro con lei era già deciso? Incombeva su di lui?”
A questi pensieri fece spazio anche la curiosità e tendendo l’orecchio riuscì a capire il suo nome, Teresina forse, la sentì parlare anche, con un giovinotto a cui chiese di andare a giocare denaro, ma giocare veramente, a Castiglione. Ora Klein qualcosa sapeva di lei.
Ma ecco che per una serie di piccole azioni, lo sguardo di lei incrociò quello di lui per la seconda volta. Non ci fu la freddezza della prima volta, anzi “Questa volta lo sguardo di lei non gli fece male, ma gli stava arrecando un torto. Questa volta, gli parve, guardava lui, proprio lui, non i suoi abiti o i suoi modi, la sua pettinatura e le sue mani, ma quanto di genuino, immutabile e misterioso c’era in lui: l’irripetibile, il divino, il destino.”
Si aprirono le danze in quel giardino, Teresina ballò con cotanta eleganza da abbagliare completamente Klein. Andò infine a sedersi vicino a lei, presenziò ad una conversazione a cui non partecipò per incomprensione della lingua. Poi ad un certo punto lei, proprio lei, posò una mano sulla spalla di Klein e lo invitò a parlare, ma non in quel luogo, ma dove lei lo aveva visto la prima volta, sarebbe stata lì dunque l’indomani alla stessa ora. Se ne andò. Lui fece lo stesso, tornò all’albergo.

Passò la notte ed ecco che si incontrarono. “Teresina lo scrutò attentamente coi suoi occhi grigio-chiari; aveva il viso serio e un po’ impaziente”.
Iniziò lei a parlare. E poi: “Ieri, per un attimo, c’è stato qualcosa tra noi che mi ha fatto pensare e mi ha anche spaventata, come se avessimo qualcosa di simile, qualcosa in comune.”
“Lei è proprio strano”

Lei lesse nel volto di Klein il turbamento, il cambiamento, le linee di una maschera ma anche il volto di un uomo crucciato, indifferente; un volto che era cambiato tra il primo e il secondo incontro.
Le sue sensazioni furono simili a quelle di Klein che ebbe prima un impressione e poi un’altra di Teresina: fredda e distaccata ma tutt’altro mentre ballava.

“Mi vuol dire come si chiama, cosa fa?” [Teresina]
“Io sono quello che vede, nient’altro. Non ho nome, né titolo; nemmeno un mestiere. A tutto questo ho dovuto rinunciare. [..] Il mondo non mi interessa più, sono completamente solo”. [Klein]
[…]
“Che cosa intende? Voglio capire, davvero. Mi creda! Mi interessa molto”. [Teresina]
[…]”..desidera parlarne” [Klein]

“Parlare è il modo più sicuro per fraintendere tutto, per rendere tutto scialbo e insulso” [Klein]

“Lei non mi vuole capire, né vuole capire se stessa! Lei vuole semplicemente mettersi l’anima in pace per il monito che ha avvertito. Lei vuole sbarazzarsi di quel monito e di me, trovando l’etichetta per potermi inquadrare. Ci ha provato col delinquente, col malato di mente; mi ha chiesto nome e posizione. Ma tutto ciò allontana dalla comprensione; è un imbroglio, cara signorina, è un pessimo sostituto della comprensione, anzi, è una fuga dal voler comprendere, dal dover comprendere”.

Continuò così Klein, sfogando i suoi pensieri in parole. Teresina era sbalordita, non sapeva cosa dire, era strano per lei. Klein riusciva forse a comprenderla; le chiese di poter esaudire un suo desiderio potendole così semplicemente darle piacere, non voleva altro, non era come gli altri che avevano sempre preteso qualcosa da lei. Non aveva un fine egoistico, o almeno così pareva.
Klein sapeva di quella debolezza di Teresina: Castiglione, il gioco e li voleva andare a parare, sapeva che era li che il desiderio della donna si indirizzava. Le propose dei suoi soldi, lui ne aveva anche troppi.
“La conosco appena. Come potrei accettare dei soldi da lei?”

Ma Klein si congedò in maniera spiccia però non maleducata e se ne andò così, sapeva di non avere nient’altro da dire, si stupì anzi di tutto ciò che aveva detto e con quale fluidità.
E così poi i suoi demoni tornarono e lo perseguitarono, tornò la tristezza e la malinconia. I pensieri, le immagini di Wagner, di sua moglie, lo picchiavano.
Camminò a lungo e trovo in un osteria una cena frugale, ivi viveva una vecchietta e una giovane donna sposata con un uomo che non si comportava proprio bene.
Pur pensando alla stanza del suo hotel, si accontentò dell’ospitalità di quella locanda.
Ma quella donna, sposata ma con quel marito che non riusciva a soddisfarla come persona, come donna, che l’aveva rilegata nella passività della vita, vide in Klein un trampolino per un momento felice. Così la donna sgattaiolò nella camera di Klein, si mise sotto le sue lenzuola e diede sfogo con le lacrime a quel sentimento che pensava di poterle dare appagamento, almeno momentaneo.
Klein cedette ma si rese conto di come fosse quasi penosa quella creatura in cerca di attenzione, di una carezza. Brividi gelidi percorsero la schiena di Klein che si sentiva incapace di amare, come se l’amore potesse recargli solo tormenti.
La donna, andò via senza proferire parola.

Non c’era redenzione per Klein, se ne andò così anche lui. “Si vestì in fretta, senza accendere la luce, cercò davanti alla porta le scarpe polverose, scivolò giù per le scale e poi fuori da quella casa,e corse via da lì, attraverso il villaggio e la notte, su gambe stanche e malferme, da se stesso deriso, da se stesso braccato, a se stesso inviso”.

 

Come può un uomo tormentato, di natura giudizioso, salvarsi da se stesso?
Klein era diventato questo, un uomo disperato bastonato dalle colpe, azzannato dall’alternarsi degli stati d’animo. E questo stato iniettò nella mente di Klein ancora quella malvagia idea di morire per porre fine a quella disgrazia.
“Ma che ci faceva al mondo un uomo così? Un Wagner, un Klein? […] .. che altro poteva fare un Wagner, un Klein, se non cancellare, cancellare se stesso e tutto ciò che poteva ricordarlo, e lanciarsi nuovamente in quel grembo buio dal quale l’Impensabile sempre e comunque continua a eruttare il caduco mondo delle forme? No, non c’era nient’altro da fare! Wagner doveva andarsene. Wagner doveva morire”
Continuò così a camminare senza posa. Si mise addirittura sdraiato sulle rotaie di un treno, rimase li e si addormentò perfino! Poi una volta risvegliato era dimentico anche di ciò che voleva fare, andò così via barcollando.

Wagner, Wagner, Wagner, Wagner, era lui Wagner l’omicida, l’assassino, l’uomo braccato ma anche il compositore, il musicista e il seduttore.

Passò il giorno.

Incontrò nuovamente Teresina, stava ballando. Quando finì si sedette al suo tavolo e senza troppi giri di parole la invitò a Castiglione per la sera stessa e lei accettò senza troppi indugi.
Presero insieme un battello e arrivarono al casinò, giocarono o meglio, Klein perse tutto subito, il gioco non lo capiva e non lo attirava ma lei, lei giocò fino a notte fonda, indisturbata, rinchiusa nella sua attività.

Teresina era contenta della vincita ma non era abbastanza. Soddisfatta di questa possibilità datagli da Klein, innamorata di quell’uomo così strano, simile a lei per certi aspetti ma più incomprensibile. Qualcosa in quell’uomo l’attirava senza scampo.

Arrivò l’estate, così presto che fece impressione. Una sera, con un forte temporale. I due stavano rientrando.

“Dopo appena un’ora Klein si svegliò da un greve, opprimente groviglio di sogni, con la testa vuota e gli occhi dolenti. Rimase un po’ sdraiato, immobile, con gli occhi spalancati, cercando di ricordare dove fosse. Era notte, qualcuno respirava accanto a lui; era da Teresina”.

Si rese conto di dov’era e tornarono così i tormenti, iniziarono le allucinazioni del passato e di ricordi vari. Osservava ora Teresina, aveva una spalla e un seno nudi.
“Che buffo, pensò, nelle dichiarazioni d’amore, nelle poesie, nelle lettere d’amore si parla sempre di dolci labbra, di guance, e mai di pancia e gambe! Imbroglio! Imbroglio!”
Klein la osservava ma si chiedeva ora se poteva lui, con quel carico di problemi emotivi, rimanere accanto a lei nel futuro, ci sarebbe stato ?
Scrutò nel suo cuore Klein e non trovò amore ma solo sete di vivere e paura.

Quella di Klein era la paura di rimanere soli, la paura del freddo, che portava alla ricerca di una persona che coprisse un vuoto incolmabile da qualsiasi bene materiale. Era quello il motivo per cui quella donna sola si infilò nel letto in cui giaceva Klein nell’osteria, era lo stesso motivo per il quale lui era li con Teresina, e lo stesso motivo aveva mosso Teresina stessa verso di lui.
“Era sempre lo stesso impulso, la stessa brama. Lo stesso fraintendimento”.
“Tutto ciò lo aveva affascinato, illuso, sedotto, gli aveva mentito promettendogli piacere e felicità. Adesso basta, si era alla resa dei conti. Era entrato nel teatro Wagner..”
“Klein scese dal letto e si mise alla ricerca di un coltello”

Cercò il coltello ma invece si fermo davanti al suo cappello bagnato, se lo mise distrattamente.
Si ritrovò con in mano uno specchio, un cappello in testa. Si chiese che cosa stesse facendo e cosa volesse fare. Si ricordò che stava cercando un coltello! Corse così verso il letto, non aveva già commesso qualcosa di orribile ? Ma non l’aveva ancora fatto.
“Mio Dio, era giunto il momento!”
“Egli, Wagner, era accanto al letto di una donna che dormiva, e cercava il coltello!…No, non voleva. No, non era folle! Grazie a Dio, non era folle. Adesso andava tutto bene”

Era arrivato così vicino alla follia Klein, si era auto convinto di essere Wagner. Forse era veramente anche Wagner ma era riuscito a fermare quella parte di se, appena in tempo. Così Klein si vesti e usci per la strada, sotto la pioggia.
Trovò una barca senza catena, sciolse le corde che la legavano e salpò remi alla mano.
“Era così lontano, e ne era felice […] Quella barchetta era lui, era la sua vita, piccola, delimitata, artificiosamente sicura; tutto intorno, una distesa di grigio: era il mondo, era il Tutto e Dio, lasciarvisi cadere non era difficile, era facile, era lieto.
Si sedette sul bordo, con i piedi penzoloni nell’acqua. Si piegò in avanti finché la barca non scivolò elastica dietro di lui. Era nel Tutto.
Nella manciata di minuti che ancora visse ci fu più vita che nei quarant’anni di strada che lo avevano portato a quella meta”

Era la caduta, il lasciasi cadere la meta! Non importava che si fosse lasciato cadere nell’acqua annegando, era l’atto in se del lasciarsi cadere, superando così la paura l’importante. “Che pensiero meraviglioso: una vita senza paura!”
Fu solo con quel lasciarsi cadere che capì, cos’era la paura.

“Si ha paura di migliaia di cose, del dolore, dei giudici, del proprio cuore; del freddo, della follia, della morte: specialmente di quest’ultima, della morte. Ma sono tutte maschere, travestimenti. In realtà c’è una sola cosa di cui su ha paura: del lasciarsi cadere, di fare quel passo verso l’ignoto, quel passettino lontano da ogni sicurezza possibile. E chi avesse tentato una volta, una sola volta, chi avesse avuto fiducia e si fosse affidato al destino, sarebbe stato libero. Non avrebbe più ubbidito alle leggi terrene, sarebbe caduto nell’universo e avrebbe partecipato del moto degli astri. Così stavano le cose. Era così semplice, ogni bimbo poteva capirlo, poteva saperlo.”

“Il mondo nasceva di continuo e di continuo moriva. Ogni vita era un’espirazione di Dio. Ogni morte era un’inspirazione di Dio. Chi avesse imparato a non opporre resistenza, a lasciarsi cadere, sarebbe morto facilmente e facilmente sarebbe nato. Chi opponeva resistenza era succube della paura, moriva difficilmente e difficilmente nasceva”.

Lasciarsi cadere.                

 

August Macke, Passeggiata
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